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Calabria

Qualche cenno: Per larga parte, i vini calabresi possono ricondursi a prodotti agresti, contadini per eccellenza. Il Cirò è il vino principe della regione visto che, su circa 83000 ettolitri annui, 75000 sono appannaggio di questo vino ottenuto da uve gaglioppo per il 95% cui possono essere unite trebbiano toscano e greco bianco per un massimo del 5%.

Oltre ai comuni di Cirò e Cirò Marina, che rappresentano la zona originaria — dove sorgeva l'antica Cremista -, sono interessati alla produzione di questa tipologia anche parte dei territori di Melissa e Crucoli, sempre in provincia di Catanzaro. E' distinto in tre categorie, "classico", con 13,5° "superiore" e, derivato da tale qualifica ma invecchiato almeno due anni, "riserva"; Può essere prodotto anche nella versione rosato o bianco.

...un po' di storia del vino: Secondo alcune fonti storiche, il principe arcade Enotro fu il fondatore d'Enotria, la prima colonia greca sulla sponda italiana del mar Ionio. In seguito a quest'avvenimento, i Greci estesero a tutta la nostra penisola il nome d'Enotria che divenne "terra del vino". Ciò evidenzia come i vini calabresi, unitamente a quelli lucani, derivino da un illustre passato avendo contribuito a creare l'originario nucleo della coltura della vite. Prima i Fenici e poi i Greci, quindi, portarono vitigni pregiati, li impiantarono, li allevarono ottenendo ottimi prodotti che commerciavano con altre terre. Dopo i fasti del periodo ellenico, i vini della Calabria furono oscurati dalle produzioni d'altre regioni. La crisi (trascurando la parentesi medioevale) durò vari secoli e, se si escludono alcuni prodotti, la luce in fondo al tunnel stenta ad apparire anche ai giorni nostri.

...il territorio e le DOC: Nel totale sono undici le denominazioni ad origine controllata e, oltre alla descritta Cirò, troviamo Donnici (bianco, rosato, rosso, rosso riserva, novello), Lamezia (bianco, greco, rosato e rosso nelle varie sfumature), Bivongi, Melissa, Pollino, Sant'Anna di Isola Capo Rizzuto, San Vito di Luzzi, Savuto, Scavigna, Verbicaro per finire con il dolce Greco di Bianco. Quest'ultima denominazione, riconosciuta nel 1980, certifica un vino prodotto nei comuni di Bianco e in parte in quello di Casignana. Il vitigno che dà vita a questo dolce nettare è il Greco bianco che, rappresentando almeno il 95% dell'uva utilizzata, deve avere una resa non superiore ai 100 quintali per ettaro. I grappoli una volta vendemmiati sono messi ad appassire su graticci esposti al sole, oppure in appositi essiccatoi ad aria forzata per poi essere pigiati. Il risultato di tutto questo lavoro, dopo essere stato invecchiato almeno 13 mesi, si rivela di sicuro interesse organolettico ed è, soprattutto, un buon vino da meditazione.

La cucina: Cucina semplice, dai sapori aspri e delicati che risalgono all’antica civiltà magno-greca, la gastronomia calabra è stata fortemente influenzata nel corso dei secoli dalle usanze e abitudini alimentari dei vari popoli che l’hanno abitata (greci, albanesi, latini, normanni, spagnoli) e dalle regioni limitrofe (basta pensare ai piatti a base di pesce spada, tonno e sarde comuni anche alla cucina siciliana, o alle minestre di legumi e verdure, i timballi di pasta e le focacce rustiche delle cucine pugliese e campana). Ma la Calabria ha anche una sua propria originale tradizione gastronomica marina e montana, con piatti molto popolari come la "mustica" (il cosiddetto caviale dei poveri, preparato con i neonati delle sardelle pestate nel mortaio insieme a tanto peperoncino rosso piccante), il capretto ripieno al forno, le melanzane in mille modi (a scapece, alla cioccolata, alla regina, alla rotese, alla ciambotta, …), le lasagne imbottite (strati di pasta alternati con spicchi d’uova sode, mozzarella, polpettine di carne, battuto di cipolle e sedano con alloro, carciofi e molto altro ancora), la millecosedde (minestra di fave secche, ceci, cicerchie, fagioli bianchi, lenticchie, verze, cipolle, sedani, funghi, pasta e pecorino). Capretto, agnello, castrato e cinghiale sono presenze costanti, ma un posto a parte merita il maiale, intorno al quale si è sviluppata una grande tradizione popolare di riti, leggende e usanze: un tempo l’uccisione dell’animale era considerata un vero e proprio sacrificio rituale ("amaru chi lo puorco non ammazza" sono le parole di un’antica canzone popolare calabrese) e le frattaglie addirittura oggetto di particolare attenzione perché da esse, secondo alcune credenze, si potevano trarre numerosi auspici. Dal maiale poi si ricavano eccellenti salumi, così come ottima e varia è la produzione di latticini. Olio (extravergine d’oliva calabrese), peperoncini rossi piccanti, funghi (i "rositi" e i "porcini dei boschi della Sila), melanzane giganti e fichi caratterizzano, infine, l’offerta agroalimentare. I dolci, spesso rustici e di lunga preparazione, risalgono alla tradizione greca di cui conservano interessanti simbologie, soprattutto quelli nuziali e delle feste patronali.

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