| ...un po' di storia del vino:
Una corrente di pensiero sostiene che, probabilmente, i primi maglioli
di viti pregiate furono portati qui dai coloni greci sbarcati ad Eraclea,
antica città della Magna Grecia cui corrisponde l'odierna Policoro
ed è qui che sono stati ritrovati i resti di un'importante epigrafe
greca, le "Tavole d'Eraclea", che elencano i vari appezzamenti
di terreno destinati alla coltivazione della vite. Sono vari i vitigni
raccomandati e consentiti per la regione: Aglianico, Aglianicone, Aleatico,
Bombino nero e bianco, Ciliegiolo, Malvasia nera e bianca, Montepulciano,
Sangiovese, Fiano, Trebbiano toscano. Ciò nonostante, se non
fosse per l'Aglianico del Vulture, vino rosso d'indubbia razza, probabilmente
la Basilicata non sarebbe neppure menzionata tra le regioni produttrici
di vino
....il territorio e le DOC: Oggi le
migliori produzioni derivano da un trionfale rigoglio di vitigni posti
sul versante orientale dell'Appennino Lucano, accentrati a sud-est del
maestoso e grifagno massiccio vulcanico del Vulture. La zona di produzione
dell'Aglianico si sviluppa in un'area che comprende una dozzina di comuni
ed ha un'altitudine, media, di 600 metri sul livello del mare. Una piccola
propaggine di coltivazione si registra anche sui pianori di Venosa,
vicino al confine pugliese. Il suolo, fortemente lavico, è adatto
alla coltivazione della vite ricco, com'è, di tufo, sali minerali
e argilla. La durezza della natura si riscontra anche nel clima, tipicamente
continentale con inverni rigidi che portano anche abbondanti nevicate,
primavere fresche ed estati secche e calde. L'Aglianico del Vulture
è l'unico prodotto enologico della regione insignito della denominazione
ad origine controllata (1971). Il "Barolo del sud", come a
volte è definito, si presta tranquillamente all'invecchiamento
che, per legge, è diviso in due tipologie: "Vecchio"
sarà il vino che ha atteso almeno tre anni (dei quali due in
botte) prima di essere immesso sul mercato; il "Riserva",
invece, ad un passaggio in legno ugualmente lungo, aggiungerà
un affinamento in bottiglia maggiore fino ad arrivare a cinque anni
complessivi.
La cucina: Quella lucana è
una cucina contadina e d'altura, di pascolo, come dimostra la presenza
di pietanze a base di verdure (peperoni, carciofi, asparagi di bosco)
e legumi (una vera specialità sono i fagioli cannellini e tabacchini
di Muro Lucano, Sarconi, Pignola, ….), di agnello e maiale. Se
si escludono alcune ricette più tipicamente pugliesi e calabresi,
è una gastronomia povera, di una cinquantina di piatti in tutto,
ma originale, priva di influssi esterni e con radici che risalgono all’epoca
romana. Terra della pasta di semola, spianata sulla tavola di legno
e tagliata in mille forme, con cui preparare minuich (maccheroni bucati
con un ferro sottile), fusilli (strisce di sfoglia arrotolate su ferri
simili a quelli da calza), recchietelle, stivaletti, strascinati o caviatelli
(semolone di grano impastato con acqua e lievito, ridotto a lunghi gnocchi
incavati al centro), da condire magari con un ragù che cuoce
dall’alba al tramonto o con una salsa di pomodoro, cipolla e ricotta
salata di pecora o con cime di rapa lessate e pecorino grattugiato.Unico
pesce (insieme ad alici e sardelle) salito sulle montagne lucane, potendosi
conservare a lungo, il baccalà viene qui condito ed offerto in
numerosi modi. Così come le carni di selvaggina, capretto e agnello
(ottimi i mogliettelli, interiora d’agnello legate con budellini
e cotte allo spiedo o in umido) e di maiale, da cui si ricavano lucaniche,
prosciutti speziati e soppressate sott’olio.L’industria
casearia offre tutti i latticini (di latte di pecora e di mucca) del
Centro-Sud: pecorino fresco e stagionato (da gustare con Aglianico e
fave fresche), caciocavallo (in alcune località vengono confezionati
in figure rappresentanti damine e guerrieri del Cinquecento), provolone,
mozzarelle, scamorze, butirri, ricotte fresche salate e forti. Il latte
vaccino utilizzato, ricco di sostanze grasse e dal sapore particolare,
viene prodotto in quantità limitate da mucche dell’antica
razza podolica (furono portate in Italia tra il IV ed il VI secolo),
che, lasciate allo stato brado o semibrado, si nutrono di graminacee,
foraggere, ginepro, malve, mirtilli e rose canine.Olio d’oliva,
peperoncini forti (diavulicchio, cerasella, pupone), fichi e castagne,
frittelle e taralli di tutte le misure completano la tavola. |